L'arguta analisi di Antonio Primiceri
Presidente APES
Panorama fieristico in Italia, successi e buchi
Troppe fiere territoriali, in Italia mancano saloni fieristici ad ampio respiro
Per chi non ha visto Host, Salone
Internazionale delle Attrezzature,
diciamo subito che è stata una
fiera interessante e varia, sicuramente
nel padiglione che trattava “pizza pane e
pasta”. E noi eravamo lì, al 10 appunto e
abbiamo potuto riscontrarlo.
Se però oggi mi domandassero a quale
evento fieristico vale la pena esserci
sarei molto perplesso: abbiamo avuto in
Italia delle fiere eccezionali ma oggi cosa
abbiamo? Un panorama fieristico molto
capillare, dunque territoriale, con fiere che fanno nell’arco
dell’anno di tutto e di più ma che hanno ben poca
specializzazione. In queste fiere, pur di riempirle, si
sovrappongo articoli e prodotti che non collimano con
l’iniziativa di partenza: parliamo di tipicità
gastronomiche? Ci troviamo società che propongono
articoli per i massaggi, concessionari di auto, agenzie
interinali, e viceversa.
Ci provano, si impegnano, pubblicizzano ma i riscontri a
mala pena galleggiano, in un risultato che sa più di
campionaria che di specializzazione.
Abbiamo fatto Host, fiera internazionale dedicata alle
attrezzature, e molto si è giocato sull’alimentare,
giustamente perché le attrezzature inoperose rendono
meno; ma se dovessimo oggi pensare ad una fiera
dedicata all’alimentare? Abbiamo Cibus il prossimo anno,
ma è indirizzata alle piccole medie aziende, a prodotti di
nicchia, peraltro notoriamente molto frequentata.
E poi ? boh… Ma la ristorazione, quell’attività turisticogastronomica
che prende il grande comparto
dell’ospitalità e dei servizi, dove si rivolge per avere una
panoramica più organica e completa?
La versione Host dell’alimentare, una fiera completa,
perché non c’è?
Eppure avevamo fiere importanti di successo, che per
accordi politici sono state smembrate, annullate, ....
e piazze fieristiche, come quella di Roma, che non
decollano malgrado gli investimenti, Sud e Isole, che non
hanno voce in capitolo se non quando si parla di paesi
dell’Est a cui devono sottomettersi.
Eppure siamo un Paese a vocazione storico-culturaleturistica,
soprattutto enogastronomica, e di sicuro tutti
mangiano.
Lavorando con le aziende del settore alimentare
conosciamo bene le problematiche che queste i trovano
ad affrontare quando viene chiesto loro di partecipare a
sempre più iniziative: spese organizzative, di trasferte
impegnative, di personale, di stand a costi esagerati…
Continuano a nascere nuove piccole realtà ed iniziative
simil-fieristiche che smembrano il potenziale
d’investimento delle aziende che non sanno più nemmeno
dove partecipare, e se partecipare. Un tempo esistevano
fiere vocate a rappresentare un argomento e a viverlo
nello sua globalità, non ci sono più, forse fa eccezione il
Vinitaly, una formula anche questa che ha subito molte
imitazioni, quasi tutte annullate per insuccesso.
Ho vissuto gli anni di gloria di Bibe-Interfood (andava
troppo bene ed è stato sciolto), un Expo che in tutte le sue
declinazioni era un punto fermo, una Rimini che con
Pianeta Birra dettava legge, il Vinitaly già citato, la fiera
dell’oro di Vicenza e dei cavalli di Verona, nota anche per
il Siab…
A mio modesto parere, e per il momento è solo il mio
parere, sarebbe molto utile rivalutare queste tipologie
mirate, almeno nelle grandi città fieristiche, inutile fare
tutto tutti anche perché le aziende non hanno budget a
fisarmonica. Per Adesso una fiera alimentare importante l'abbiamo,l'ANUGA, ma non in Italia.
ottobre 2011
In nome del libero mercato…
Riempie la bocca, condensa i concetti, ma nella sua stessa libertà esplode in palesi irritanti imitazioni e ricerche infinite, come infinite sono le accuse di chi ha copiato chi.
In trenta anni di attività, prima abbiamo subito e ora stiamo a guardare, sorridendone: la storia si ripete esattamente come nei grandi cerchi filosofici del napoletano, sempre attualissimo, Gian Battista Vico.
Che cosa? La gran moda tutta italiana di copiare e scopiazzare tutto quanto è fonte di business e di successo.
Quando è toccato a noi dell’A.P.E.S. che per una decina di anni sul mercato siamo stati gli unici ad occuparci di pizza e pizzerie e sviluppo imprenditoriale degli operatori, di scuola e giornale di pizza, quando è toccato a noi, dicevo, quasi tutti ridevano, divertiti che non avessimo più il monopolio sul tema, che grandi firme del giornalismo dessero spazio ad altre realtà, pur nuove, pur piccole, ma diverse da noi, che forse avevamo già dato molto, e troppo.
Il gioco moderno è cambiare sempre obiettivo, volti, nomi, ma la sostanza è comunque quella, come nei quiz televisivi, da Mike Bongiorno in avanti se ne è fatta di strada, ma su tutti i canali odierni i format sono uno scoppiazzamento e un appiattimento “globale” unico.
Tanto è che non si individuano più le novità su di canale che, solo il giorno dopo, sul canale televisivo concorrente, oppure meglio ancora della stesse rete, se ne trasmette il clone.
Sappiamo tutti di cosa sto parlando, non mi dilungo dunque oltre, ma ora siamo noi, dell’A.P.E.S. a riderci su, immaginando quanto possa essere spiacevole vedersi scopiazzare dagli “ultimi arrivati” che si vendono, ovviamente, come primi.
Nel mio nome, PRIMI CERI, è già scritto forse un destino, irreversibile e ripetitivo, quasi fosse ironia, ma formalmente credo che a un altro nome spetti il dovere di fare meglio e di più per il nostro settore: PACE.
Siamo tutti e due Antonio, ci vogliamo bene da sempre, ci stimiamo e non manchiamo di dirci le cose come le pensiamo, e ne abbiamo il pieno diritto storico.
Due partiti opposti ma complementari, forse manca la traduzione simultanea, ma si è sempre lavorato per la tutela e il rispetto delle parti, a volte anche solo per far parlare i media.
Pace ha capito che la Stg ottenuta è fuori dal tempo, con il suo entusiasmo si sta dimostrando più aperto nei prodotti e nelle attrezzature, sta marchiando con la sua Associazione il “suo” prodotto napoletano.
Quando a Napoli si saranno chiariti fra un’associazione e l’altra, caso mai riescano a farlo, e anche questo è libero mercato, attendo a braccia aperte Antonio Pace per ricongiungere tutto il gruppo italiano e … andare avanti, sempre più avanti, comunque insieme.
Luglio 2011
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Riformulare i pignoramenti e le aste giudiziarie si può?
Nelle attività e nel commercio può accadere con molta facilità: “avete avuto mai a che fare con un ufficiale giudiziario?”
Per quanti stanno leggendo queste righe mi auguro di no, ma sappiate che non è nulla al confronto degli usurai di cui tanto si parla e che giustamente vengono perseguiti a fini di legge.
In buona sostanza, dove entrano gli ufficiali giudiziari tutto viene catalogato come gli articoli di quei negozi che reclamano “tutto a 1 €”, secondo un listino che in un lampo azzera quello che per te è la tua attività e la vita. In breve qualsiasi cosa trovano non ha alcun valore e il pignoramento prosegue implacabile.
Sento sempre parlare di “non voler mettere le mani nelle tasche degli italiani” ma questo sistema va ben oltre, mette le mani sullo spirito, ipoteca la vita, e a che scopo?
Per gli affari della Casa delle Aste e ai suoi speculatori.
In un tempo così pesante quantomeno si dovrebbe operare con più giustizia, se non con obiettività, per trovare una formula che non rovini completamente le persone e le loro attività: si può sbagliare nel lavoro, si sbaglia a scegliere i soci, a fare scelte e investimenti, a volte semplicemente non si paga perché non si è stati pagati.
Il pignoramento per carità è giusto, ma si dovrebbe fare un netto distinguo fra i furbi che falliscono con il malloppo e quelli in buona fede che non sanno comportarsi da faccendieri e ci cascano.
Penso che non è poi così difficile pensare di pignorare con più logica e non secondo tabelle prefissate, per arrivare all’Asta in un pauroso gioco al ribasso.
Un esempio: l’ufficiale giudiziario ti pignora la macchina che vale 10.000,00 euro per 1000 euro e poi all’Asta viene pagata 100. E’ semplicemente pazzesco.
Con questo sistema si è condannati e non ci sono chance di ripresa. In fondo queste formule arricchiscono chi ha già, e non aiutano a riprendersi nel lavoro e nella vita.
Però nei telegiornali e sulla stampa si parla solo di usurai, di associazioni contro gli usurai, di rivolgersi alle forze dell’ordine e alle Autorità, ma questi pignoramenti non sono peggio?
Un pignoramento in casa, in ufficio o al lavoro non credo sia piacevole: in genere si parte onesti e poi si cerca di difendersi, l’esperienza ti porta ad essere più accorto e a far sparire, prima della visita dell’ufficiale giudiziario, cose che possano veramente avere un valore, perché tanto le perdi e basta, senza risolvere nulla.
E magari sono anche ricordi di vita.
Quando si parla di aiuto alle aziende, ricordiamo che anche i più piccoli sono delle aziende, e visto che le banche hanno chiuso i cancelli, e questa è la realtà, che almeno la giustizia sia giusta.
Siamo super sorvegliati grazie a telefonini, internet, video-sorveglianza nelle strade, analisi delle carte di credito, tracce biologiche e via: possibile che non si riesca a creare degli archivi con la storia di chi si va a colpire, e tenerne conto? E’ un po’ americaneggiante, d’accordo, ma realistico: se una persona non ha mai fatto del male in trent’anni, si è comportata bene secondo le forze dell’ordine, non ha avuto incidenti colposi, non è stato denunciato per violenze o evasioni fiscali: ma fatelo respirare, dategli dell’ossigeno e non annegatelo. Con lui c’è la sua famiglia, ci sono i dipendenti e i collaboratori che perdono il lavoro, e i fornitori non recuperano nulla divenendo a loro volta dei potenziali pignorabili.
Voi che gentilmente mi avete letto, cosa ne pensate? Non ci potremmo costruire sopra un referendum?
Maggio 2011
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Per molti non è una novità, A.P. E.S. è sempre andata controcorrente:
• Favorendo la manipolazione acrobatica, quando le acrobazie non erano esasperazione e le pizze manipolate venivano poi cotte e mangiate.
• Quando si volevano riconoscere per le pizzerie solo i forni a legna e non gli elettrici.(1)
• Quando si discuteva cosa era o non era pizza dando spazio alle pizze industriali e alle pizze in teglia.
• Parlando di formazione professionale e scuole per il settore, quando il mestiere era tramandato da padre in figlio.
• Quando per prima ha dato vita alle pizze fantasia mentre in menù nei locali c'erano solo una decina di proposte e nessuna dolce.
• Quando è riuscita ad inserire nelle fiere uno spazio tutto dedicato alla pizza,
il Salone CiaoPizza, negli anni in cui di pizza non voleva sentir parlare nessuno.
Oggi non manca fiera che non pensi alla pizza come richiamo.
• Quando si è parlato di pizza napoletana STG, dicendo NO per una miriade di buoni motivi, dai prodotti non idonei, ad una produzione in pizzeria non realistica, ad una storicità tanto limitante quanto improponibile.
Si parla di pizza solo con il 1700? Per forza, facevano scuola solo le cucine dei principi e dei ricchi, della storia alimentare plebea chi se ne poteva occupare? Nei secoli scorsi non era un argomento interessante per le culture gastronomiche e scrittori e poeti erano ospiti delle corti.
Pizza / pane / pizza è un fatto assodato nei secoli: il primo pane era una schiacciata e sulla schiacciata si metteva quanto era disponibile nelle povere mense o i ritagli di un prodotto qualsiasi, dai formaggi, ai salumi agli scarti del pesce, al lardo, a sale ed erbe aromatiche. Non è stata chiamata pizza perché vi hanno aggiunto il pomodoro del Perù, anzi il dibattito storico sull'origine del nome passa dal Nord Europa alla Grecia, al Medio Oriente, in ogni parte della Terra allora conosciuta. Piuttosto il dibattito sulla pizza appare con la diffusione delle pizzerie come locali che producono pizza. Per l'A.P E.S. la pizza è figlia dell'uomo, è figlia e madre del pane, è come chiedersi se "è nato prima l'uovo o la gallina".
Ora l' A.P.E.S. aggiunge che la pizza napoletana non può divenire "Patrimonio immateriale dell'UNESCO, lo potrebbe diventare "LA PIZZA ITALIANA", se infine tutti i pizzaioli trovassero in questo, almeno in questo un collante, e finalmente collaborare per uno scopo unico: la tutela del prodotto.
La pizza napoletana, lo ripetiamo ad esaurimento, è un prodotto nato per saziare la fame di poveri ed indigenti, per restare sullo stomaco con la sua poca lievitazione e scarsa digeribilità. Per Artusi era addirittura un dolce con la ricotta.
La pizza napoletana oggi è sicuramente diversa, ricca e curala negli ingredienti, con farine e condimenti selezionati, tradendo nel concetto stesso la sua finalità popolare che è stata, peraltro, il motivo della sua diffusione. Ma costava poco quella pizza popolare, di cui poco si conosce sulla versione "fritta", anch'essa prodotta a Napoli ma caduta, chissà perché nel dimenticatoio. Non era certo ricca di condimenti di pregio come la mozzarella di bufala, di cui si vuole spingere il consumo.
Ci si dimentica che negli anni ottanta è stata la pizza a salvare il cassetto della ristorazione in Italia, e a lei hanno ricorso molti ristoranti per non chiudere i battenti.
La situazione oggi si è capovolta, la pizza è divenuta business, oggetto di catene alimentari nel mondo con pizze super farcite e spugnose, mentre l'Italia ha agganciato il concetto di cibo sano e digeribile, croccante e friabile, ideale a tutte le età e in linea con i dettami della dieta mediterranea di base. Dieta riconosciuta dall'UNESCO nel 2010. La pizza romana, pugliese, siciliana, ligure, veneta, toscana: ogni regione da sempre nei secoli ha avuto nella pizza la sua interpretazione e i suoi riferimenti con il territorio.
PIZZA ITALIANA: ma è controtendenza, questa? Secondo me è essere in linea con i fatti, e non manometterli come si vuole con molte iniziative che, all'italiana, creano su misura concetti inesistenti, come dire "ad personam".
(1) ndr: è di questi mesi la notizia che l'Associazione Verace Pizza Napoletana ha riconosciuto un forno a gas, nello specifico della Refrattari Valoriani, come idoneo alla cottura della pizza napoletana. Le regole possono cambiare.
Antonio Primiceri
Presidente APES
Aprile 2011